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Un semplice trucco fai questo con il pane e abbassi la glicemia

Uno studio clinico ha mostrato che modificare il modo in cui si conserva il pane può ridurre fino al 39% l’aumento della glicemia dopo il pasto, un effetto misurabile e replicato.

Dal forno al freezer: quando la scienza entra in cucina

Non si tratta di una diceria da social, ma di un risultato pubblicato sul “European Journal of Clinical Nutrition”. Nel 2008 i ricercatori Peter Burton e Helen Lightowler dell’Oxford Brookes University dimostrarono che la conservazione del pane cambia la risposta glicemica post-prandiale. Dieci volontari sani furono sottoposti a prove con quattro tipi di pane: fresco, congelato e scongelato, tostato, e infine congelato-scongelato-tostato.

I numeri parlarono chiaro: nel pane fatto in casa, congelare e poi scongelare ridusse l’incremento glicemico del 31%, tostarlo lo abbassò del 25%, mentre combinare le due operazioni portò a un calo del 39%. Nei prodotti industriali l’effetto risultò minore ma comunque rilevabile.

Una differenza sufficiente a spingere dietisti e medici a considerare questa semplice pratica domestica come uno strumento utile per chi deve tenere sotto controllo gli sbalzi di zucchero nel sangue.

Cosa accade dentro una fetta di pane ghiacciata

Il fenomeno è legato alla trasformazione dell’amido. Dopo la cottura, l’amido gelatinizza: si gonfia, diventa digeribile e rilascia glucosio rapidamente. Raffreddando o congelando il prodotto, parte di quell’amido subisce una retrogradazione che lo rende parzialmente resistente agli enzimi digestivi. Il risultato è un rilascio più lento degli zuccheri.

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Il processo è tanto più marcato quanto più bassa è la temperatura. Nel freezer, la formazione di amido resistente avviene quasi al doppio della velocità rispetto al frigorifero. Per questo motivo il pane surgelato tende ad avere un indice glicemico più basso di quello semplicemente raffreddato.

Oltre all’aspetto metabolico, il freddo mantiene più a lungo l’umidità interna delle fette, rallentandone l’indurimento rispetto alla conservazione in frigo.

Non tutti i pani reagiscono allo stesso modo

I test hanno mostrato differenze significative tra pane artigianale e quello confezionato. Gli additivi presenti nei prodotti industriali — emulsionanti, enzimi miglioratori, stabilizzanti — interferiscono con la retrogradazione dell’amido e attenuano l’effetto positivo del congelamento sulla risposta glicemica.

Il vantaggio massimo si osserva nei pani semplici con farina, acqua, lievito e sale. In questi casi il contenuto di amido resistente cresce in modo più consistente dopo i cicli di gelo e calore.

L’effetto c’è ma resta limitato nel tempo

Nessuno studio ha dimostrato benefici duraturi su peso corporeo o rischio di diabete. L’impatto riguarda singoli pasti: dopo alcune ore l’effetto svanisce. Tuttavia per chi soffre di picchi glicemici o deve seguire un regime controllato può rappresentare una strategia quotidiana accessibile.

  • riduce leggermente il carico glicemico dei pasti;
  • diminuisce le richieste immediate di insulina;
  • aumenta la quota di amido resistente utile alla flora intestinale;
  • consente di conservare meglio il pane ed evitare sprechi alimentari.

Dalla ricerca alla tavola: come applicarlo senza complicarsi

I nutrizionisti suggeriscono soluzioni pratiche per famiglie e consumatori attenti:

Azione Effetto previsto
Congelare fette singole Maggior formazione di amido resistente; scongelamento rapido
Tostare dopo lo scongelamento Riduzione ulteriore dell’impatto glicemico post-pasto
Evitare lunghi periodi in frigorifero Meno perdita d’acqua e migliore consistenza del prodotto
Scegliere pani semplici senza additivi Effetto più stabile sulla risposta metabolica

Esempi analoghi sono stati osservati anche in alimenti amidacei come patate bollite raffreddate, pasta cotta e ripassata o riso basmati conservato al freddo. Tutti sviluppano amido resistente che modera l’assorbimento dei carboidrati.

L’equilibrio tra alimentazione quotidiana e scienza domestica

La ricerca mostra che piccoli gesti casalinghi possono modificare parametri metabolici reali senza costi aggiuntivi né dispositivi particolari. Non si tratta di una soluzione miracolosa ma di un adattamento intelligente che intreccia biologia molecolare e abitudini familiari. Un esempio concreto di come la chimica del cibo possa diventare alleata della salute quotidiana se interpretata con senso pratico.

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