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Cose insolite riemerse dal ghiaccio che si scioglie. Gli scienziati parlano di una scoperta eccezionale

Nel corso dell’ultima estate la fusione dei ghiacciai norvegesi ha portato alla luce oltre 450 reperti databili tra il 500 e il 600 d.

C., un numero mai registrato prima in quell’area.

Un ritrovamento inatteso tra le montagne di Vestland

Il progressivo arretramento delle nevi nel comune di Aurland, a più di 1400 metri di altitudine, ha svelato resti di antiche strutture in legno perfettamente conservate. Secondo l’Università di Bergen, si tratta di un sistema articolato di trappole per cervi risalente a circa 1500 anni fa, rimasto sigillato sotto il ghiaccio fino ad oggi.

I materiali rinvenuti – tronchi lavorati, recinti e pali di contenimento – mostrano una tecnica costruttiva complessa. Gli archeologi norvegesi parlano di un vero impianto per la caccia collettiva, esteso su centinaia di metri e probabilmente gestito da più famiglie della valle.

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L’eccezionalità non riguarda solo l’età dei reperti ma anche il loro stato: la conservazione del legno è stata possibile grazie alle basse temperature costanti per secoli.

Dal ghiaccio emergono oggetti che cambiano la lettura della storia nordica

Accanto alle trappole sono stati individuati frammenti di armi da caccia, punte in ferro e corna lavorate. Inaspettatamente, sono comparsi anche remi intagliati e una fibbia decorata in corno, oggetti che indicano contatti commerciali con altre regioni scandinave.

Secondo Leif Inge Østveit, archeologo del Museo Universitario di Bergen, nessun altro ritrovamento simile è mai stato documentato in Norvegia o in Europa. La scoperta fornisce indizi preziosi sulle tecniche e sull’organizzazione sociale della tarda età del ferro nel Nord.

Sotto accusa lo scioglimento accelerato dei ghiacciai

I ricercatori collegano direttamente questi ritrovamenti al rapido aumento delle temperature registrato nell’ultimo decennio. L’Istituto meteorologico norvegese segnala che lo spessore medio del ghiaccio montano nella regione Vestland è diminuito del 23% dal 2010.

  • Riduzione media annua dello strato glaciale: 1,7 metri
  • Aumento medio della temperatura estiva: +1,4 °C
  • Nuove aree archeologiche emerse dal 2015: oltre 30

Ogni centimetro perso significa nuovi reperti ma anche perdita irreversibile degli strati protettivi che li hanno preservati per secoli. Gli studiosi avvertono che la finestra temporale per recuperare questi materiali si sta rapidamente chiudendo.

Una sfida logistica e scientifica senza precedenti

Le autorità locali hanno predisposto squadre mobili coordinate dal Museo Universitario di Bergen per mettere in sicurezza i siti esposti. Le operazioni devono svolgersi entro poche settimane dall’emersione dei reperti per evitare il deterioramento causato dall’aria e dall’umidità.

La gestione comporta costi crescenti: ogni missione stagionale richiede circa 1,2 milioni di corone norvegesi tra trasporto aereo, analisi e conservazione. Finora il Ministero della Cultura ha stanziato fondi straordinari solo fino al prossimo anno fiscale.

I reperti cambiano la prospettiva sul passato — ma sollevano nuove domande sul futuro

L’impatto simbolico della scoperta è forte: gli strumenti nati per adattarsi a un clima rigido riemergono ora come conseguenza del suo mutamento. Per molti ricercatori questa contraddizione racchiude il messaggio più urgente del XXI secolo.

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Mentre gli esperti catalogano i resti lignei e metallici nel laboratorio dell’università, resta aperta una questione concreta: come conciliare la necessità scientifica di documentare ciò che affiora con quella ambientale di rallentare il processo che lo rende visibile?

Anno Aree glaciali monitorate Reperti registrati
2010 12 circa 80
2020 25 oltre 300
2024 37 più di 450

I dati confermano che ogni nuova “scoperta” coincide con una perdita ambientale misurabile. Ed è questa tensione – tra conoscenza acquisita e patrimonio naturale dissolto – a rendere la vicenda norvegese una delle più significative degli ultimi anni.

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